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Salute e Benessere

COREA: una prigione per combattere lo stress

COREA: una prigione per combattere lo stress
settembre 16
08:49 2014

Solitamente,se si e’ stressati,una prigione non verrebbe certo in aiuto anzi…ma in Corea del Sud ci sono persone intenzionate a provare questo insolito  e curioso trattamento, offerto da un centro di Hongcheon, a circa 70 Km a nord-est di Seul.

Il centro si chiama “La prigione dentro di me”, ed è idea di un ex-avvocato, Kwon Yong-seok, che spiega:

Non sapevo come fare a prendermi una pausa dal lavoro, al tempo, e mi sentivo come spinto contro la mia volontà, senza essere in grado di controllare la mia vita”.

A quel punto pensa di provare a passare qualche tempo dietro le sbarre,  chiede così ad un amico direttore di un carcere, di fargli passare una settimana in prigione.

La richiesta ovviamente,viene rifiutata, ma Kwon deciso nel suo intento, mette in moto il suo progetto di costruire la sua personale prigione per lui e tutti quelli che hanno bisogno di “staccare la spina” e combattere lo stress.

L’idea ha avuto subito molto successo, tanto da consentire a Kwon di raccogliere da parenti e amici i 19 milioni di dollari necessari per la costruzione dell’edificio.

E come per tutte le prigioni che si rispettino,anche qui, c’è una prassi da rispettare.

Ai clienti-pazienti, come prima cosa viene chiesto di  spegnere i cellulari, viene consegnata l’uniforme da indossare al momento dell’arrivo, e poi vengono portati in una delle piccole stanzette (meno di 6 metri quadri) dotate solo di un bagno, un lavandino e un piccolo tavolo.

I pasti sono serviti tramite uno sportellino nella porta proprio come per  una normale prigione.

L’insolito “ricovero” dei pazienti è di soli due giorni poichè la gente non e’ disposta a staccare per troppi giorni dal lavoro e anche per questo motivo hanno dovuto introdurre una “pausa” giornaliera in cui i “prigionieri” possono consultare i loro telefoni:

La gente diventa nervosa senza telefono, e si preoccupa troppo di possibili emergenze, che non capitano quasi mai” puntualizza Kwon.

Fatto sta che il paziente-prigioniero afferma di uscire soddisfatto dall’esperienza, perchè in quei due giorni di “prigionia” curativa,ha modo di riflettere su  sé stesso e prendersi una pausa, che è appunto l’obiettivo centrale dell’esperienza:

“Ogni tanto bisogna camminare all’indietro per vedere la strada che si è fatto. La gente lo fa raramente, e pensa solo alla strada di fronte a loro, ma bisogna anche guardarsi dietro” afferma Kwon.

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