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Cronaca

‘NDRANGHETA: Preso a Buenos Aires “Luni” Mancuso

‘NDRANGHETA: Preso a Buenos Aires “Luni” Mancuso
settembre 14
18:26 2014

Pantaleone Mancuso, uno dei boss più cruenti del clan omonimo di Limbadi ,considerato tra le ramificazioni criminali più potenti in Europa, è stato arrestato in Argentina mentre tentava di entrare nel Paese con un documento falso e 100 mila euro in tasca, era latitante da diversi mesi dopo il tentato omicidio della zia e del cugino.

Era latitante da quanto lo scorso aprile era scattato il fermo di indiziato di delitto per il tentato omicidio di Romana Mancuso e del figlio Giovanni (rispettivamente zia e cugino), la polizia argentina l’ha fermato sul confine con il Brasile, Pantaleone Mancuso 53 anni, alias l’ingegnere, da fine agosto, ma la notizia si è saputa solo oggi, è nelle mani della polizia argentina riconosciuto grazie all’azione dell’interpool sudamericana.

Uno dei boss più temuti e violenti della cosca omonima di Limbadi, fratello di Peppe e Diego Mancuso entrambi in carcere, accusato di «associazione mafiosa e duplice tentato omicidio» è stato bloccato lo scorso 29 agosto alla frontiera tra l’Argentina e il Brasile, al momento della cattura aveva con sé 100 mila euro.

Nel corso dei prossimi giorni saranno avviati tutti i passi necessari «per la sua estradizione in Italia», hanno precisato fonti della gendarmeria argentina mentre il procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo ha già annunciato di aver avviato le pratiche per il trasferimento in Calabria.

L’ingegnere è «stato bloccato il 29 agosto nella città di frontiera con il Brasile di Puerto Iguazù, mentre cercava di entrare nel paese a bordo di un bus turistico con un documento argentino falso intestato a ‘Luca de Bortolo’», la sua vera identità è emersa «a seguito dei controlli fatti con le impronte digitali. L’Interpol argentina – concludono le fonti – lo ha messo «sotto arresto lo scorso lunedì».

LE ACCUSE – Pantaleone Mancuso era ricercato per l’agguato a Romana Mancuso e al figlio Giovanni Rizzo avvenuto il 26 maggio del 2008 a Nicotera Marina e il suo coinvolgimento nel duplice tentato omicidio, assieme al figlio, è stato appurato anche grazie alla testimone di giustizia Ewelina Pytlarz, ex moglie di Domenico Mancuso (classe ’74) cognata di Pantaleone “Scarpuni” e, quindi, nuora di Salvatore Mancuso che di Romana Mancuso è uno dei fratelli.

L’Ingegnere e il suo erede (i due sono a loro volta figlio e nipote del defunto Domenico classe 1927) avrebbero attentato alla vita di Romana Mancuso e del figlio Giovanni (che di Domenico classe 1927 sono, invece, sorella e nipote) perché «Giovanni Rizzo non era considerato “un buon azionista” e non teneva alto il buon nome dei Mancuso, perché prendeva iniziative sbagliate nei confronti di persone già protette che, evidentemente, poi si lamentavano con altri Mancuso».

Spiegò, Ewelina Pytlarz, di aver appreso dei retroscena di quella sparatoria dai suoceri e da Roberto Cuturello.

Quest’ultimo – spiega il gip Maiore nell’ordinanza con cui dispone l’arresto di Pantaleone Mancuso – «oltre ad essere sposato con la sorella di Giovanni Rizzo, è fratello della moglie di quest’ultimo. Tuttavia – è scritto ancora nella misura cautelare – Rizzo tradiva la moglie (e quindi la sorella di Cuturello) con una ragazza…». E più avanti, ancora il gip: «Rizzo aveva sostanzialmente abbandonato la sorella di Cuturello e le figlie che vivevano a Nicotera Marina». Anche questo, pertanto, avrebbe indotto i vari Mancuso ad accogliere con soddisfazione l’aggressione.

L’AGGUATO A ROMANA MANCUSO E AL FIGLIO GIOVANNI – Il tentato omicidio si consumò alle 10.45 del mattino, dopo che Pantaleone Rizzo accompagnò il fratello Giovanni e la madre Romana Mancuso nella campagna di famiglia in località Gagliardi.

Pantaleone si allontanò per farvi ritorno poco dopo, trovando i congiunti gravemente feriti, che venivano subito trasportati all’ospedale di Gioia Tauro e, da qui, al nosocomio di Polistena. Giovanni Rizzo finiva in Rianimazione, affetto da pesanti lesioni da arma da fuoco alla regione ascellare sinistra, al torace, al fegato, allo stomaco e al pericardio.

La madre veniva ricoverata in prognosi riservata, con lesioni d’arma da fuoco all’avambraccio destro, con interessamento dei tessuti vascolari, muscolari e ossei.

Nessuna collaborazione, al momento del ricovero, da parte delle vittime, mentre carabinieri e poliziotti, scattato l’allarme, repertarono subito 26 bossoli 7.62, 7 bossoli 9×9 e 2 ogive deformate.

Erano munizioni compatibili con armi calibro 9 ma anche con un fucile mitragliatore Ak 47. Il successivo rinvenimento dei frammenti dei vetri di un’auto e di un tagliando assicurativo, la testiminanza di un cittadino romeno che sentì gridare «Giuseppe… Giuseppe» e che ritrovò una pistola 9×21 con un colpo in canna e un serbatoio per Ak 47 e, infine, il ritrovamento di una pistola Walther 7.65 con matricola punzonata, orientarono i sospetti su “l’Ingegnere” e il figlio Giuseppe, entrambi irreperibili (così come la Fiat Panda rossa in uso al giovane e alla quale erano riconducibili frammenti di vetro e contrassegno assicurativo sequestrati) alle prime ricerche degli inquirenti.

Giuseppe si rifece vivo solo dieci giorni dopo il tentato omicidio, il padre invece dopo 29 giorni.

Entrambi si presentarono spontaneamente ai carabinieri e “l’Ingegnere”, peraltro, venne anche arrestato perché, rendendosi irreperibile, violò le misure di prevenzione che gravavano su di lui. Fornirono versioni che gli inquirenti ritengono fantasiose e inverosimili.

D’altronde gli elementi fino ad allora acquisiti non potevano bastare per arrivare a contestare ai due sospettati il tentativo di omicidio che rischiò di violare la sacra regola del clan secondo la quale – emerse nel corso dell’indagine “Dinasty – Affari di famiglia” – «nessun Mancuso deve morire».

 

FONTE